Antonio Paolacci e la Flemma

L’estrema provincia italiana e una città in mutazione, una rete di storie che si pedinano a distanza, tra una Bologna ogni giorno più ostile e l’apparente monotonia di un paesino del Cilento.
Un attore squattrinato che recita monologhi satirici. Un’agente di polizia destinata a scontrarsi tragicamente con lui. Un piano balordo di rapina. Un tredicenne che scopre le possibilità della violenza. Genitori che s’interrogano sul destino dei loro figli. Un’aspirante fumettista che lotta con i propri fantasmi. Un ragazzo che soffoca nel formalismo di provincia fino a concedere alla propria rabbia di attecchire…
Un romanzo scritto al presente, permeato di sonorità rock e pop, che procede per frammenti, immagini e suggestioni, per raccontare una storia di solitudini, irrequietezze e sguardi perplessi, in cui i bambini non sono innocenti, gli adulti sono privi di risposte, i trentenni si chiamano ancora “ragazzi” e tutti, in qualche modo, sembrano incapaci di gestire la loro stessa realtà.
Ho intervistato l’autore di questo straordinario romanzo, Antonio Paolacci.

Cos’è la flemma, che emerge, oppressiva e avvolgente, dalle pagine di questo romanzo?
Quando viene nominata da uno dei personaggi, è contrapposta ai ritmi frenetici con cui ci muoviamo noi oggi e diventa un indizio di pace e saggezza, ma la verità è che la flemma di quello stesso personaggio è dovuta alla depressione. In modi diversi, tutti i protagonisti del romanzo sono come appesantiti da una forma di malinconia che li rende poco lucidi. La depressione è indizio di un problema che di solito riguarda il rapporto del singolo con la realtà. Non sempre è malsana, anzi molto spesso è necessaria: in psicanalisi è considerata una fase indispensabile all’elaborazione di ogni forma di lutto, un periodo di buio che aiuta a osservare le cose con maggiore onestà. Resta il fatto che durante la depressione le cose appaiono distorte e la mancanza di lucidità può diventare molto inquietante, oltre che dolorosa. Bisogna uscirne per capirne il valore. I personaggi del romanzo perlopiù non ce la fanno, alla fine non si salva quasi nessuno.

La solitudine, il bisogno di essere amati che diventa quasi un dolore fisico e viene espresso cosi bene da Davide, attore che offre monologhi di improvvisazione nei centri sociali. “Noi vogliamo essere amati” dice. E ancora: “Nessuno ha intenzione di contraccambiare”. È questo uno dei buchi neri che affliggono la nostra società?
Penso di sì, ma è qualcosa che va oltre i rapporti d’amore o d’amicizia, perché in definitiva coincide con il mito della popolarità. Essere apprezzati senza apprezzare fa parte di un pacchetto di aspirazioni che ci sono rimaste dagli anni Ottanta, insieme alla Milano da bere, al successo in società, al Lei Non Sa Chi Sono Io e via a seguire. In questo monologo Davide parla ad alcuni coetanei, ma anche a se stesso, come persona e come attore. Poco prima dice: “Vi credevate liberi ma eravate stranamente tutti uguali, tra voi identici, con appartamenti identici, identicamente lerci, […] le stesse parole in bocca, le stesse idee rimasticate”. Il paradosso è che in nome del desiderio di distinguersi, si finisce omologati. Nei rapporti personali, il risultato è la solitudine: se tutti vogliono essere adorati, tutti restano soli. Nel lavoro o nell’arte, può succedere qualcosa di simile: persone che vogliono essere apprezzate da altre persone che vogliono essere apprezzate, cioè un mucchio di gente che parla da sola.

Antonio Paolacci con Luigi Bernardi“Flemma” è costruito magistralmente. Una ragnatela di storie che si inseguono a vicenda e a volte si incrociano, per dare forma a un affresco crudo e sofferto dei nostri tempi. Vorrei sapere come hai costruito la vicenda. Sei partito dai personaggi, da un sentimento di fondo, o avevi in mente una delle vicende che ha poi richiamato le altre?
Sono partito con un’intenzione e ho scritto una scaletta che ho poi modificato molte volte. Avevo alcune certezze: volevo un attore squattrinato davanti a una platea distratta, volevo parlare di Bologna e del Cilento e volevo raccontare un possibile atto criminale. Man mano che costruivo personaggi e scene mi chiarivo anche le idee. Molte cose sono venute durante il lavoro, altre sono cambiate radicalmente. Per me questo è inevitabile: non mi fido delle mie idee immediate, preferisco coltivare il dubbio e osservare le cose da punti di vista diversi, cioè lavorarci. I romanzi esistono anche per mettere in discussione le cose, per scavare nel dubbio, perché quello che sentiamo può essere confuso, complicato, e qualche volta è semplicemente sbagliato.

“La maschera sembra prendere forma […]. Soffre, il personaggio, ma il suo dolore non ha nessun oggetto, nessuna causa, viene dal corpo stesso e sul corpo si proietta. Il dolore non ha scuse”. Le maschere e il dolore. Due tematiche che ritornano in “Flemma”, si abbracciano e quasi consolano a vicenda.
Le maschere teatrali sono una delle mie ossessioni. Sono legate a riti antichi, hanno una forza enorme. Per l’attore rappresentano una sfida perché amplificano ogni gesto, ingigantiscono il corpo e l’espressività, non nascondono e anzi denudano. Ci vuole molta tecnica, per padroneggiarle, ma ci vuole anche carattere, presenza di spirito oltre che presenza scenica. Quando l’attore è bravo, il personaggio in maschera può parodiare i comportamenti comuni, oppure unire gli opposti, il bene e il male, il drammatico e il comico, e quindi può esprimere concetti, idee astratte o sentimenti. Il passaggio che hai citato è proprio una rappresentazione in maschera della depressione. Con parole simili, Rick Moody definisce la malinconia nel suo Il velo nero, citando più o meno direttamente Robert Burton. Ai depressi si chiede spesso quale sia il problema, mentre, come dice Moody, “la malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile e un modo ma nessun oggetto”.

C’è un libro che citi più volte e diventa in certi momenti parte integrante della narrazione. Il libro nel libro. Vuoi parlarcene?
È un saggio di Julian Jaynes: Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Un libro davvero notevole. Per dirla il breve, Jaynes studia il funzionamento dei due emisferi del cervello e arriva a dimostrare che la coscienza di sé sarebbe un’acquisizione relativamente recente nella storia umana. Per cui, secondo questa teoria, le allucinazioni uditive sarebbero per così dire naturali, comuni nelle popolazioni primitive, per le quali era normale sentire le voci degli dèi e farsi guidare da loro: in assenza della coscienza di sé, il cervello guidava gli uomini attraverso l’allucinazione. Da qui viene fuori un’idea dell’uomo contemporaneo che mette in discussione molti aspetti della cultura, della religione, dell’arte, del comportamento in genere. La psicologia ortodossa non ha accettato questa teoria, ma non importa: Jaynes quantomeno dimostra quello che ha dimostrato anche Freud, ovvero la nostra naturale propensione all’autoinganno. Probabilmente non è scienza, ma di sicuro è grande letteratura.

Antonio PaolacciHo estrapolato una frase del romanzo e vorrei ce la commentassi: “Lo sconforto è un ronzio che si amplifica, una macchia d’inchiostro che si allarga e fa venire pessime idee sulla pianificazione del futuro, spinge ad arrendersi al potere degli oggetti”.
È quello che pensa un personaggio del romanzo, che ha trent’anni. Quando stavo per compierli io, mi raccontavano che il problema dei trentenni era il lavoro sicuro, oppure il dover rinunciare ai primi baci sposandosi; cioè mi raccontavano che c’era una normalità per cui dovevo combattere, fatta di famiglia, lavoro, abitudini consolidate. Diciamo che dal punto di vista di questo personaggio la questione è un’altra.

In “Flemma” si intrecciano le vicende di un paesino arretrato del Cilento, con quelle di una Bologna piena di contraddizioni e ogni giorno più ostile. Forse Davide, l’attore squattrinato e tormentato, è il trait d’union tra questi mondi apparentemente così diversi?
Sì. Davide è cresciuto in quel paesino e si è trasferito a Bologna. Io ho fatto la stessa esperienza: sono arrivato in questa città come studente universitario e, dopo la laurea, ci sono rimasto. Nel romanzo volevo le due ambientazioni, che come sottintendi tu, sono meno diverse di quanto possano sembrare. Volevo insomma raccontare la città conosciuta da chi è arrivato dalla provincia, ma anche la provincia vista da chi l’ha abbandonata.

Il romanzo è caratterizzato da un’ottima scrittura. Nitida, curata, ogni aggettivo sembra al suo posto, ogni parola ha il giusto peso. Quanto della tua attività di editor entra in campo quando vesti i panni dello scrittore? Sei molto severo con te stesso?
Sono molto più severo con me stesso che con i testi degli altri. L’editor impara a fare attenzione a ogni virgola, ma deve anche essere rispettoso e sapere dove fermare il proprio intervento, mentre lo scrittore non ha limiti in questo senso. Come editor cerco di non essere mai troppo invasivo e preferisco sempre far trovare le soluzioni all’autore. Gli insinuo il dubbio e gli lascio l’ultima parola, perché il testo appartiene a lui. Di conseguenza, come autore mi do il tormento.

Da lettrice ho sempre cercato romanzi capaci di scuotermi, ferire piuttosto che consolare. “Flemma” è un romanzo sofferto, un romanzo capace di far sanguinare, come una canzone rock, come un pezzo dei Joy Division. Credi nel potere sovversivo della scrittura?
Credo nella scrittura, tanto quanto non credo nella consolazione. A parte quello che succede oggi all’editoria, alla nostra generazione di autori o alle classifiche, il potere della scrittura è lo stesso da sempre.

“Flemma” sembra un romanzo intimo, scaturito direttamente dall’anima di chi lo ha scritto. Quanto c’è di tuo nei personaggi? Dove si è nascosto Antonio Paolacci? In una canzone, un libro, un luogo o una caratteristica in particolare?
La mia scrittura è emotiva, ma anche molto ragionata: viene in parte da una scelta stilistica e in parte dal rispetto per la mia voce. Nel raccontare una scena o un personaggio, ho bisogno di farmi coinvolgere, di conoscere a fondo anche dettagli che non emergeranno. I personaggi diventano vivi solo quando riesco a vederne le contraddizioni, la complessità e lo sguardo. In Flemma ci sono molte cose che mi riguardano: il Cilento e Bologna, il teatro, la musica, ma non ho usato le mie conoscenze per parlare di me stesso, le ho trattate come materiale, per raccontare una storia. Adesso che sono alle prese con personaggi e ambienti decisamente più lontani dalla mia esperienza personale, devo documentarmi di più, ma il mio coinvolgimento è lo stesso.

Cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro da Paolacci scrittore?
Un romanzo breve, che uscirà in una collana che tu Barbara conosci direttamente. Poi ho altre idee a cui sto lavorando, ma è troppo presto per parlarne.

E ora per terminare come sempre l’intervista. Puoi dirci qualcosa di “Sick”?
Posso dirvi che tra un attimo fumerò una sigaretta vagando per il sito.

Per saperne di più: Gruppo Perdisa Editore

Articolo pubblicato sul Magazine di Sickgirl.

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