Buchi neri nel cielo: intervista ad Angelo Marenzana

Buchi neri nel cieloBuchi neri nel cielo (PerdisaPop) è l’ultimo romanzo di Angelo Marenzana. Una storia non di terrorismo, bensì di un terrorista, Gaspar. Un latitante costretto da un ricatto a tornare in Italia e fronteggiare i suoi fantasmi, invisibili agli occhi. E altri fantasmi, in carne e ossa e cattive intenzioni, ancora più pericolosi.
Incontriamo l’autore per saperne qualcosa di più.

Per cominciare perché hai scelto di intitolare la novella “Buchi neri nel cielo?”
Mi sembra un titolo capace di sottolineare l’atmosfera che era nelle mie intenzioni creare attorno alla vicenda, e al tempo stesso di fotografare il mondo di parziale oscurità che racconto in questa novella e che ne avvolge i protagonisti.

Parlaci del protagonista maschile, un uomo di mezza età con la pelle indurita dal sole e dalla solitudine.
Gaspare Maida, anzi Gaspàr, come piace a lui, è un ex terrorista o meglio un terrorista che ai tempi in cui troppo spesso a parlare erano le armi, avrebbe voluto fare il salto di qualità verso la lotta armata organizzata offrendosi, insieme ai componenti della sua banda, sul “mercato della rivoluzione”. Ma, come si dice, il destino si nasconde infido dietro l’angolo, e le cose non vanno per il verso sperato, e Gaspare, con in tasca il ricavato di alcune rapine, si ritrova a vagare per il mondo per quasi vent’anni della sua vita, braccato da dubbi e solitudine più che dalla polizia.

Il protagonista appare all’inizio della novella come un uomo disilluso che se n’è andato dall’Italia per dimenticare. Forse Amelia, la giovane commessa con cui ritrova i brividi dell’amore, rappresenta in qualche modo la speranza per un futuro migliore?
Il suo allontanamento dall’Italia, più che per dimenticare, direi che ha i connotati di una fuga vera e propria, una latitanza scelta per non fare i conti con la giustizia. Anche se con il tempo Gaspare si ritrova pieno di ripensamenti proprio su quella sua decisione iniziale. Vorrei precisare che Buchi neri nel cielo non è una storia di terrorismo, ma la storia di un terrorista. Il tema è un’occasione narrativa e basta. Il profilo del protagonista serve da pretesto per creare l’alone di mistero e di malinconico esistenzialismo tipico dei personaggi in fuga di una classica storia noir. E penso che Gaspare non faccia eccezione. Ho scelto di presentarlo al lettore come un uomo sconfitto dalla vita, dal futuro insidioso, dagli ideali rivoluzionari non concretizzatisi, costretto a vivere vendendo minerali ai turisti in Madagascar. In questo contesto emotivo di estraneità da se stesso e dai cambiamenti che segnano la nuova società che lui incontra al rientro in Italia, Amelia rappresenta uno spiraglio, un fascio di luce che lo induce a riflettere e a credere in un’opportunità nuova di vita. Più in generale è un risveglio per un personaggio che tocca con mano il senso di distruzione di ciò in cui credeva.

Cosa pensi possa trovare chi si appresta a leggere questa tua ultima fatica?
Atmosfera. Credo di poter offrire al lettore l’opportunità di farsi avvolgere da un’atmosfera in equilibrio tra il torbido della vicenda, la durezza dell’azione, e la dolcezza che lega Gaspare e Amelia in una storia d’amore che si consumerà con il sottofondo delle note del refrain di Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd.

Che film e che canzone assoceresti a “Buchi neri nel cielo”?
Una canzone, sinceramente, non mi viene in mente, forse perché ho già dato con il pezzo dei Pink Floyd. Come film ne assocerei uno francese. Magari un noir in bianco e nero. O un film di Truffaut. Pure Il commissario Pellisier di Claude Sautet. E qui andiamo a esplorare la grande forza di attrazione che produce verso di me la letteratura, la poesia e la cinematografia francese, nata proprio negli anni del liceo con la lettura de Lo straniero di Albert Camus, al quale credo anche di essermi ispirato nella stesura di Buchi neri nel cielo, con le sue componenti essenziali di un esistenzialismo per come viene interpretato dalla nostra cultura dal secolo scorso e da un punto di vista letterario

Continuiamo a parlare di musica. Una canzone in particolare entra a far parte della narrazione. Fa parte della colonna sonora della tua vita o l’hai scelta per altri motivi in particolare?
Pur facendo parte di quella generazione che, tra gli anni 60 e 70, ha visto nascere, fiorire, modificarsi e scorrere in mille rivoli sperimentali le armonie dei gruppi legati alla musica rock, e pur avendo tentato per un periodo della mia vita di dedicarmi allo studio della batteria, in realtà io non ho mai avuto una grande conoscenza musicale. Con poche influenze sul mio quotidiano. Shine on you crazy diamonds è uno di quei pochi pezzi che appena ascoltati mi si è infilato dentro. Un timbro indelebile come vari altri pezzi dei Pink Floyd. Perché di preciso non lo so. Forse mi ha sempre aiutato a galleggiare in una condizione in cui mente e cuore si fondono in un unica essenza e ti fanno sentire senza vincoli. Mi ero sempre ripromesso di utilizzarla come colonna sonora di uno stato d’animo particolare che avrei raccontato in una mia storia. E l’occasione si è presentata con Buchi neri nel cielo. Non a caso compare come pezzo che accompagna il nascere della storia d’amore tra Gaspare e Amelia.

A questo punto vorrei ci facessi conoscere meglio l’autore: chi è Angelo Marenzana?
Amici mi hanno definito ospite cortese e affabile conversatore. Però c’è un detto che apostrofa i piemontesi “falsi e cortesi”. Al contrario, credo di essere sincero e di non essere capace di nascondermi davanti ai problemi. Anzi, in realtà vorrei imparare a farlo. Direi, da buon alessandrino, di riuscire a condire ogni cosa con una punta di ironia spesso tagliente. Ma non traditrice. Se parliamo invece di me come scrittore mi sento uno con la voglia di raccontare delle storie (spesso prediligendo l’aspetto un po’ malinconico-blues che vibra nell’animo dei suoi personaggi che non quello dell’azione e dell’intrigo), e cerco di farlo nel modo più lineare possibile, senza vezzi o ricerche stilistiche particolari o ad effetto. Un po’ come fa un viaggiatore che al suo ritorno si lascia cullare dalla memoria delle cose fatte e vissute e le vuole condividere con altri magari per raccontarle anche a se stesso, quasi a gustarle ancora e a fissarle, per il timore che le emozioni provate e le cose viste possano fuggire via. In più sono affascinato dalle vicende storiche e sociali dello scorso secolo, a partire dagli anni trenta fino alla fine degli anni settanta. Credo che rappresentino la radice della nostra attuale società, ma allo stesso tempo con una logica di vita quotidiana tanto diversa.

Vuoi anticiparci i tuoi progetti futuri?
Ho appena concluso un romanzo dal titolo L’ora segnata dal destino che vede il ritorno del commissario Augusto Bendicò, già protagonista del recente Legami di morte pubblicato con Dario Flaccovio Editore. Racconto del classico caso di omicidio da risolvere nei giorni appena successivi l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del ’40. Ma per me è l’occasione per andare a infilare il naso nel dramma della guerra, nel senso di onnipotenza che la produce, ma anche della veloce disillusione che trascina tutti coloro coinvolti nel senso di estraneità, paura e dolore che riesce a produrre in tempi rapidissimi. Adesso sto lavorando sulla ricostruzione degli eventi che hanno accompagnato un fatto molto inquietante che aveva colpito la città di Alessandria (dove ci sono nato e ci vivo) nei giorni di maggio del 1974 alla vigilia delle votazioni sullo storico referendum sul divorzio. Il 9 e 10 maggio una rivolta nel carcere, rivolta carica di misteri nella causa come nelle conseguenze, che si è conclusa con ben 7 vittime, due detenuti e 5 tra operatori e agenti di custodia del carcere. Il mistero vero è nel perché, ad oggi, a trentacinque anni di distanza mai si sia sprecata una parola su questa vicenda caduta in un silenzio inquietante. Io la leggo un po’ come emblema di una certa cultura tutta italica. L’assenza di una verità vera.

E per finire as usual la sick intervista, dicci qualcosa di Sick!
Posso dire che mi stuzzica un po’ di invidia? C’è molta energia. Energia positiva, creativa. Ha quel tratto di grintoso nel taglio, nella grafica, nel colore che non sempre riesco ad avere a mia disposizione, e che trovo essenziale per dare ritmo e soprattutto più azione, alla scrittura. Straordinaria la parte fotografica. Mi pare che saltino un po’ i confini tra una forma espressiva e l’altra, mentre io, e parte della mia generazione, siamo forse cresciuti in modo più ingabbiato. L’esistenza dei “generi letterari” credo che ne sia una testimonianza. Se non ricordo male il mio primo impatto con le Sickgirls è stato un sabato pomeriggio a Scalo 76.

Per saperne di più: www.angelomarenzana.net

Intervista pubblicata sul Magazine di Sickgirl.

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