Da Dylan Dog a Il filo rosso: intervista a Paola Barbato

Il filo rosso (Rizzoli)
Il filo rosso (Rizzoli)

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane». Con queste premesse si apre “Il filo rosso”, il nuovo romanzo di Paola Barbato. Un romanzo duro, avvincente, crudele, ricco di colpi di scena. Il percorso di Paola nell’editoria inizia nel ’99 con l’uscita de “Il sonno della ragione”, il primo albo di Dylan Dog basato su una sua sceneggiatura. In breve diventa autrice chiave per la collana, al punto di essere scelta per sceneggiare alcune storie fondamentali per il mondo dell’Indagatore dell’incubo, come “Il numero 200” o “In nome del padre”. I suoi romanzi sono pubblicati da Rizzoli e con “Mani nude” ha vinto il prestigioso Premio Scerbanenco nel 2008 (scusate se è poco). Quale modo migliore per festeggiare la festa della donna che intervistare questa ragazza?

Ciao Paola, benvenuta sul magazine di Sick girl. Dopo tanti anni di esperienza sul campo della narrazione, per prima cosa vorrei chiederti: chi è Paola Barbato, oggi?

Non è una persona molto diversa da quella che entrò nella Sergio Bonelli Editore nel 1997. Ho imparato un mondo e mezzo di cose e ho fatto esperienze in quasi tutti i campi della scrittura, ma come persona non sono granchè cambiata. Poco socievole, animalista convinta, stesse insicurezze, stesse fragilità, forse qualche consapevolezza in più. E, ovviamente, diventando madre, ho assunto un’ottica TOTALMENTE diversa sul mondo.

Puoi introdurci le atmosfere del tuo ultimo romanzo “Il filo rosso”?


L’atmosfera si basa sul terrore della roulette quotidiana. Il classico: “oggi a me, domani a te”. L’insidia che si nasconde dietro l’angolo della normalità. Il dolore, la paura, il sospetto, l’impotenza di fronte alla tragedia. Temiamo ciò che non possiamo controllare e non possiamo prevedere. E quando questa paura così presente, anche in forma subdola, si realizza, ognuno reagisce nella sua maniera. E non c’è una maniera “giusta” di reagire…

Paola BarbatoSo che per promuoverlo la Rizzoli ha organizzato insieme ai ragazzi dell’Istituto Europeo di Design di Milano una promozione molto particolare. Vuoi parlarcene? E in generale, cosa ne pensi del viral marketing?

I ragazzi dello IED, capitanati da Michele Rossi, editor Rizzoli, hanno riproposto situazioni presenti nel romanzo (un misterioso personaggio che manda messaggi in codice su Facebook e un’altrettanto misteriosa scritta fatta con il miglio che è comparsa in diversi punti di Milano -e anche di tutt’Italia), creando sia curiosità che inquietudine in chi incappava in questi messaggi. Esattamente come accade al protagonista del romanzo. Personalmente ritengo che il viral marketing, se fatto in maniera non invasiva, possa serenamente competere con la pubblicità esplicita e dichiarata. A chi non interessa basta ignorarlo, mentre può catturare la curiosità di chi invece non presta attenzione ai messaggi promozionali.

Uno dei protagonisti de “Il filo rosso” è il dolore. Il dolore di chi ha perduto una persona cara in modo violento. Qualcosa di insinuante, prepotente. Un dolore che può togliere il significato alla vita di chi è rimasto…

Non ho -purtroppo- inventato nulla, in questo senso. Ho visto persone annientate dal dolore, spersonalizzate, abuliche, incapaci di reagire e di procedere con la propria esistenza. Io stessa so che di fronte a determinati dolori verrei spazzata via. Non c’è nulla di più imprevedibile delle reazioni umane, e alcune di quelle più forti sono scatenate dal dolore.

In questo romanzo si parla anche di violenza sui bambini. Le vittime più innocenti, indifese. Penso sia stato doloroso affrontare questa tematica dal punto di vista di madre, oltre che scrittrice…

Doloroso, ma forse più lucido, consapevole. Non ho fatto che trascrivere i miei peggiori timori, che sono gli stessi che appartengono ad ogni madre. Le persone ansiose e protettive, se dotate poi di fervida fantasia, immaginano le cose più terribili. Io mi limito a questo, a immaginare, non voglio vedere, sentire, non mi serve, non è utile toccare l’orrore, non ci fa capire “meglio” che c’è. Ma è bene tener presente che esiste, sapere che può avere diverse forme, essere pronti ad affrontarlo e chissà, magari anche a fermarlo.

E arriviamo a Danko: un cane, un protagonista che offre la sua particolare visione, forse quella più istintiva, della storia. Com’è nata questa idea?

Il mio rapporto coi cani è viscerale, elitario, mi sono sentita più compresa da loro che da chiunque altro. E’ un peccato mortale cercare di umanizzarli, bisogna solo osservarli, capire le loro dinamiche animali, di branco, di istinto, e imparare. Danko è la voce della logica. Forse non la logica universale, ma UNA logica, ferrea, incontestabile.

La giustizia in Italia in tre aggettivi.

Farraginosa, intempestiva, precaria.

Sei una romanziera di successo, e con il tuo romanzo “Mani nude” hai ricevuto il prestigioso Premio Scerbanenco. Lavori da più di dieci anni come sceneggiatrice di Dylan Dog. Hai collaborato a una fiction andata in onda su Sky nel giugno del 2009, “Nel nome del male”. Puoi parlarci della differenza, secondo te, dei vari tipi di scrittura? E con quale mezzo ti senti più a tuo agio?

La scrittura “libera” la vince su tutto, ovviamente. Lì è istinto, natura, è una galoppata. Sceneggiare (sia per la tv che per i fumetti) è invece una disciplina, bisogna avere molta concentrazione, conoscere bene la tecnica, non improvvisare, mai perdere di vista l’insieme in favore del dettaglio.

Che differenze riscontri nell’ambiente letterario, rispetto a quello del fumetto? I tuoi migliori amici sono scrittori o fumettisti?

Disegnatori. Sia con gli sceneggiatori che con gli scrittori scattano (da entrambe le parti) competizioni e invidie. Non sarà nobile, ma è così.

Sei molto attiva nel sociale. Puoi parlarci di questa tua attività?

Sono il presidente dell’Associazione “Mauro Emolo” ONLUS, cui vanno circa il 30% di tutti i miei guadagni. Lottiamo contro la Corea di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa ereditaria che colpisce migliaia di italiani senza che se ne parli mai. Purtroppo ora non riesco ad essere attiva nell’associazione come facevo qualche anno fa, ma spero di poter fare ancora molto per aiutare i malati e la ricerca.

Cosa dobbiamo aspettarci da Paola Barbato nel futuro prossimo?

Ma sai che vorrei saperlo tanto anche io?

E per finire come sempre la nostra sick intervista come da tradizione, puoi dirci qualcosa di “sick”?

Morbillo?



Per saperne di più: Paola Barbato su Facebook

Il filo rosso

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