Da Maurizio Costanzo a “Cattivo”: intervista ad Alessandro Berselli

“Chissà. Forse sono io il ragazzo cattivo. Quello che fa male agli altri. Mi piace l’idea di essere cattivo. Uno di cui la gente ha paura”.
“Cattivo” è una novella nera scritta come il diario atipico dove un adolescente, all’apparenza come tanti, butta giù pensieri casuali, strofe di canzoni, batticuori amorosi ma soprattutto ci riversa il male del suo vivere giornaliero, della noia che divora le anime, del disinteresse degli adulti.
Entrare nella testa di Luca Parmeggiani, studente dal rendimento discontinuo con l’aspirazione a diventare il più grande chitarrista della storia del rock, sarà un’esperienza a tratti dolorosa e a tratti sorprendente.

Ti chiedo di presentarti ai lettori del nostro Sick Magazine. Chi è Alessandro Berselli?
Domanda difficile. Mente complessa e cuore semplice, mi ha definito qualche amico compiacente, e a dire il vero mi ci ritrovo abbastanza. Il che si traduce con un elettrocardiogramma prevedibile e un referto neurologico da manuale di psichiatria criminale. Eppure va bene così. La testa è giusto che si muova secondo schemi diversi da quelli che ci vengono imposti, mentre il sentire emotivo, affettivo, etico, ha saputo adattarsi alle convenzioni che la morale comune in qualche modo ci impone. A volte si crea qualche contrasto tra le due cose, e allora il bipolarismo prende il sopravvento: non ho ancora deciso se preferisco Jeckill o Hyde, quindi nel dubbio me li tengo tutti e due

Vorrei ci svelassi qual è stata l’idea scatenante della tua novella “Cattivo”.
L’idea era quella di fare una specie di romanzo di formazione declinato in nero. I temi ci sono tutti: disagio adolescenziale, incomunicabilità tra generazioni, senso di vuoto. Oltre a quelli che oramai considero parte della mia “poetica”, il rifiuto della vita così come gli altri ci hanno detto che debba essere, l’incapacità di accettarne le regole, l’insoddisfazione a prescindere. Luca Parmeggiani è uno che non ci sta. E non vuole neanche provarci, dice NO senza margini di trattativa

Perché hai scelto di descrivere il mondo con gli occhi di un adolescente arrabbiato?
Perchè era più facile. Luca Parmeggiani per certi versi è un puro, uno che contesta in modo non contaminato, il suo essere contro è puro istinto. Generalmente i miei personaggi sono adulti già condizionati dal proprio vissuto, mentre con Luca il malessere viene preso all’embrione, quindi per certi versi diventa ancora più eversivo, perchè la sua rabbia e il suo risentimento nascono dal germe, non passano attraverso le sconfitte dei grandi. Lui è proprio cattivo dentro

Il protagonista dice spesso, nell’arco della narrazione, di far parte di una generazione di giovani lasciati sempre soli, i genitori non ci sono mai, le case sono vuote e libere quindi per il sesso o lo sballo. Pensi siano la solitudine e la mancanza di esempi solidi all’interno della famiglia a uccidere i valori e a creare i mostri in questa società?
Non lo so. Non sono capace di dare risposte, mi limito a fotografare quello che vedo. Non ho gli strumenti per stabilire la causa e l’effetto, vero è che l’anarchia adolescenziale è uno stato con il quale la mia generazione di certo non si è misurata. I genitori c’erano sempre, e ti controllavano. In modo più o meno palese, ma non sfuggiva loro nulla. Adesso siamo tutti più distratti. E’ un bene? E’ un male? Non lo so. Fatto sta che le case sono davvero vuote.

Il linguaggio e lo stile narrativo sono estremamente funzionali alla vicenda. Sembra proprio che sia un ragazzo di diciassette anni a parlare in prima persona e ti lasci andare a divertenti esperimenti narrativi come inserire una piccola sceneggiatura di una mattinata tipo in casa Parmeggiani, elencare i pensieri sparsi o riportare dialoghi serrati tra il protagonista e i suoi genitori. Vuoi parlarci di questa tua scelta?
Volevo sperimentare. CATTIVO è una novella, ha un formato piccolo, si posiziona tra il racconto lungo e il romanzo. Avendo meno tempo per caratterizzare psicologicamente il protagonista ho pensato che non sarebbe stato male azzardare qualche sperimentazione a livello stilistico, dall’uso della punteggiatura a inserti di tipo diverso, sceneggiatura, flusso di coscienza, ecc.
Divertente, non l’ho fatto con la convinzione di inventare chissà chè. Però utilizzare l’underscore per interrompere frasi e pensieri mi sembrava che potesse aiutare anche il lettore a capire le pause, dando ai segni grafici una funzione ritmica

Anche la musica diventa parte integrante della narrazione con stralci di canzoni che spesso accompagnano lo stato d’animo del protagonista fino a poter asserire che “Cattivo”ha una vera e propria colonna sonora. La musica per Alessandro Berselli? E la tua canzone “guida” in questo periodo?
La musica c’è in tutte le cose che ho scritto. Gli anni settanta in STORIE D’AMORE DI MORTE E DI FOLLIA, il grunge e i novanta in IO NON SONO COME VOI, l’heavy metal degli ottanta in CATTIVO. In effetti hai ragione, è una sorta di colonna sonora che serve a far entrare il lettore nel mondo dei protagonisti. Dal momento che le mie storie sono prive di descrizioni la musica serve a dare una connotazione emotiva ai personaggi, a fare capire come sono fatti. La mia canzone guida in questo momento? Un milione. Sono un rocchettaro onnivoro, con una predilizione per la nuova scena inglese, meglio se indie.

Già in passato le tue “Lettere del condominio”, ciniche e nerissime, hanno catturato l’attenzione tanto che sei stato invitato al Maurizio Costanzo Show. Si tratta di ritratti impietosi di questa società o del tuo tentativo di scuotere le coscienze (spesso intorpidite) tramite la scrittura?
Mi piace questa cosa che dici, vedermi come una sorta di fustigatore di cattivi costumi. No, dai, sono egocentrico ma non fino a questo punto. Non ho la pretesa di arringare le folle sui malesseri della società contemporanea, diciamo che mi piace osservare e descrivere, senza trarre conclusioni. Io amo i limiti della natura umana, mi piace il fatto che siamo bravi ma solo fino a un certo punto, che cediamo alle tentazioni, che sbagliamo. Che siamo creature imperfette che provano a fare del loro meglio ma mica sempre ci riescono, i miei personaggi poi meno degli altri. Borderline, persone ai limiti

E tu che adolescente eri? C’è qualcosa di te in Luca Parmeggiani?
Si, qualcosa inevitabilmente. La musica, il rifiuto della scuola. E’ impossibile non mettere delle cose proprie nelle storie che scriviamo. Poi è chiaro che tutto viene deformato, portato all’ennesima potenza. Luca Parmeggiani è un cattivo autentico, uno con i controcoglioni. Io mi sono adattato di più al sistema, la mia eversione è rimasta molto spesso mentale. E non ho mai ucciso nessuno, dettaglio non irrilevante

Vorrei ci parlassi dei tuoi progetti futuri.
Al momento niente di particolare. C’è un romanzo lungo nel cassetto, NON FARE LA COSA GIUSTA, a cui tengo molto, forse perchè ho privilegiato il noir dell’anima rispetto a quello splatter, ma anche se finito è ancora presto per parlarne. Poi seguire la promozione di CATTIVO, fare un milione di presentazione, incontrare i lettori, parlarci, provare a conquistarli. Fare trincea. Quando sei uno scrittore dai numeri piccoli la battaglia è questa

Per terminare come sempre le nostre Sick interviste puoi dirci qualcosa di sick?
Si, spero di non prendere l’influenza suina nella sua forma più efferata. Sick, but not dead, thanks!

Per saperne di più:
Alessandro Berselli su Facebook

Intervista apparsa sul magazine di Sickgirl.

Commenti

commenti

Rispondi