I cariolanti: intervista a Sacha Naspini

1918, campagna toscana. Per non partire soldato nella Prima guerra mondiale, un uomo nasconde suo figlio di nove anni e sua moglie in un buco scavato nel bosco. A volte il cibo non si trova e allora bisogna affondare le dita nella terra umida per vedere se salta fuori un baco o una radice da masticare, oppure rassegnarsi a mangiare carne umana. Inizia così l’avventura di Bastiano, che cerca di riscattare la sua vita solitaria e animalesca innamorandosi di Sara, la figlia del padrone per cui va a lavorare come aiutante stalliere. Ma il fango quasi mai incontra la luce, e allora finirà per sporcarsi totalmente… “I Cariolanti” è una favola nera in tredici istantanee dove si respirano atmosfere che vanno da Truffaut a Stephen King, alle Fiabe italiane di Calvino. Ma lasciamo la parola all’autore!

Ciao Sacha, benvenuto su Sick girl. La prima domanda che ti vorrei porre è: chi è Sacha? Dicci tre pregi e tre difetti.
Ciao. Sono bugiardo, intollerante, cinico. Per quanto riguar-da i difetti, direi questi: sincero, troppo disponibile, sempre alla ricerca di un perché per qualcosa.

Com’è nato “I Cariolanti”?
Praticamente nel giro di una settimana. La storia mi è presa fuoco tra le mani da un momento all’altro, e non ho più potuto staccarci gli occhi, la testa, per un istante, lasciandomi andare alle pagine. Alla fine sembravo una signorina stuprata, con i capelli spettinati e le mutandine ancora appese a una caviglia. E un senso di svuotamento totale. Uno svuotamento bello, certo.

Tredici stazioni, quasi una via Crucis di dolore e morte che porta all’inevitabile epilogo. Bastiano è una vittima, o il peggiore dei carnefici?
Bastiano non farebbe male a una mosca. Solo che il mondo che gli gira attorno ha delle pieghe strane, che lui non capisce, non ci trova un posto suo. Un cane randagio che braccato dai ragazzini con la fionda alla fine si rigira e stacca un polpaccio a uno di questi, è un carnefice? Bastiano si difende, e lo fa con gli strumenti che ha imparato a usare. Mi piace un sacco rac-contare storie di personaggi piegati, disperati, che provano a ri-tagliarsi un posto nel mondo, con le loro forze.

La campagna toscana entra violenta e selvaggia nelle pagine del tuo romanzo. Che rapporto hai con la tua terra?
Ho un rapporto viscerale con i miei posti, ma spesso ho bi-sogno di andare via. La mia terra è più bella quando la penso da lontano – e sembra strano, ma forse la abito di più quando non ci sono sopra. C’è un mare stupendo, e un microclima stranissimo che a novembre a volte ci fa affollare le spiagge epurate dai disperati di ferragosto. Inoltre ci sono voragini di Storia, a ogni passo. Il rapporto con la mia terra alla fine è bello, sì. Malgrado ci abitino anche le persone.

La fame, grande protagonista di questo romanzo. Fa-me che devasta e spinge a gesti estremi. Ma anche la fame d’amore, di comprensione…
Bastiano ha imparato a usare i suoi giocattoli emozionali in un modo trasversale, dati i primi anni trascorsi in un buco sot-toterra. Ogni sentimento che popola la sua esistenza, nel bene e nel male, fa capo a quella voragine lì, che si porta dentro, come un burrone piazzato in mezzo alla pancia. Bastiano ama, soffre, vive come potrebbe farlo uno strapiombo: irreversibilmente, in un’unica direzione: la sua. Questo porta delle conseguenze.

Hai scelto di ambientare “I Cariolanti” tra la prima e la seconda guerra mondiale. Puoi parlarci del lavoro di do-cumentazione che hai svolto?
Zero. Nel senso che quel periodo storico l’ho amato e in un certo modo l’ho vissuto spesso come una nostalgia. Sono cre-sciuto con le storie di mia nonna, e tutte fanno capo a quel momento lì, più o meno. Poi negli anni ne ho letto, certo, e scritto anche. L’ho già detto da qualche parte: quando mi sono messo su I Cariolanti, la cornice ce la l’avevo tutta. Mi è bastato disegnarci dentro qualcosa.

La cosa più bella che ti hanno detto riguardo il tuo romanzo.
“Tra i primi tre migliori romanzi del 2009”. Luigi Bernardi.

Gli animali, gli unici amici in cui Bastiano trova com-prensione. Oppure è Bastiano che si trasforma in animale rinunciando volutamente alla propria umanità?
Bastiano è molto più vicino al mondo dell’animale “bestia” che a quello dell’animale “uomo” – e con ogni probabilità anche io. Ma non lo sceglie, cresce così e basta, sulla traiettoria tracciata dai suoi primi anni e poi da quella degli anni dopo. La purezza degli animali del bosco è assoluta, non ha doppifondi o strategie complicate – si pensa alla fame, alla sete, alla soprav-vivenza. Bastiano, quando si trova a uccidere, non lo fa mai in modo gratuito, ma per mettersi in salvo. Alle strette, è una cosa che riguarda tutti. Ma al contrario, l’uomo lo fa spesso per futi-lità: accendi il primo tg che ti capita a tiro, e conta: uno, due, tre… Dimmi quanti secondi passano prima che arrivi la notizia di qualche inutile massacro che fa audience.

Cannibalismo, morte, violenza carnale e violenza do-mestica. “I Cariolanti” è un romanzo forte e per certi versi coraggioso. Non hai mai temuto che tematiche tanto estreme potessero portare a critiche o allontanare una parte po-tenziale di pubblico?
È vero, I Cariolanti è un romanzo coraggioso. Ma il coraggio alla fine non è stato quello mio, per averlo scritto – l’ho fatto a prescindere, perché mi abitava dentro e doveva uscire; il coraggio vero è stato quello di Elliot, ad averlo pubblicato, so-prattutto nella persona di Massimiliano Governi, mio editor e responsabile della collana Heroes. Per quanto riguarda le tema-tiche e il pubblico, non saprei che dire. Il romanzo è stato ac-colto bene, continua a mietere buoni consensi, anche a livelli “alti”. Io racconto una storia. E la racconto con una voce e un’ambientazione precisa. Non posso amputarmi e rischiare la stratificazione – almeno, sto sempre molto attento a non farlo. Secondo me uno scrittore deve osare. Per quanto mi riguarda, scavare tra le miserie umane cercando di tirare fuori ciccia buona per farne una storia, è abbastanza vitale. E per inciso: questo potrebbe accadere anche in un romanzo dai toni Rosa, per dire. Non mi piace chi spara a metà. E poi la violenza, lo dico ancora: un leone che mancia un bel cucciolo cicciotto di zebra che chiama mamma è violenza? Il fianco di una montagna che staccandosi all’improvviso seppellisce dieci escursionisti e novecento formiche è violenza? Se spiaccico una zanzara sul muro non sono violento: mi difendo. La violenza, alla fine, appartiene solo agli uomini; nel resto delle cose si chiama Natura. Quello che ho cercato di fare con Bastiano è solo que-sto: farlo vivere secondo natura. La sua.

Progetti futuri.
Sto finendo il romanzo nuovo per Elliot, che credo di con-segnare a brevissimo, ormai. Parallelamente sto continuando la stesura di un libro che mi sta molto a cuore, commissionato alla volè da Luigi Bernardi, per la nuova collana Rumore Bianco di Perdisa Pop. Racconto i Noir Désir. Inoltre ho chiuso il raccon-to La comune dei sentimenti, che sarà presente nel Best Off 2011 di Minimum Fax. A breve esce la terza edizione de I sassi.

Per finire come sempre l’intervista: puoi dirci qual-cosa di sick?
Mi piace l’immagine della ragazza che lecca la motosega. E mi piace l’ironia che circola là dentro. Per me, una donna senza ironia – ma anche un uomo, certo – è come una bella faccia che quando sorride, è sdentata. In Sick-Girl c’è un bel caos. Di quelli che producono roba interessante.

Per saperne di più: Elliot edizioni

Sacha Naspini su Facebook

Intervista pubblicata sul magazine Sick girl

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