L’osso di Dio: intervista a Cristina Zagaria

L'osso di Dio“L’osso di Dio”è un romanzo duro. Duro come solo la realtà può essere. Una storia vera. Di amore, odio e vendetta. La vendetta, senza armi né sangue, di una madre che sfida per la prima volta le regole della ‘ndrangheta e rompe il silenzio. Tutto in nome dell’amore verso il figlio, il suo Santo, ucciso dalla lupara bianca, che inghiotte i corpi delle vittime per umiliarli anche nella morte. Perché “per sconfiggere la ‘ndrangheta, a volte, bisogna sconfiggere se stessi. La propria disillusione, la stanchezza, la rassegnazione. E il coraggio, invece di esplodere, ti scoppia dentro”. 

Cosa ti ha spinto a dar voce a questa storia di struggente realtà?
Dopo “Miserere” (Dario Flaccovio Editore), il mio primo romanzo, sulla storia di Armida Miserere (anche questo tratto da un caso di cronaca: Miserere, direttrice del carcere di Sulmona si è suicidata con una calibro 9 il venerdì santo del 2003) cercavo una nuova storia con una moderna eroina. Quando penso a eroine dei giorni nostri, penso a donne con un’anima doppia, bene e male, forza e fragilità, coraggio ed errori. Penso a donne ribelli, che per non perdere la libertà hanno il coraggio e forse l’incoscienza di fare a pezzi le regole. Donne che sovvertono i canoni e si mettono in gioco, anche se questo vuol dire rischiare di essere espulse dalla cosiddetta “società” (qualunque essa sia), di essere considerate pazze come Armida o traditrici come Angela. E, appunto, la storia di Angela Donato, mi è venuta incontro. Un mio carissimo amico ha partecipato alla prima fiaccolata delle madri calabresi contro la ‘ndrangheta a Filadelfia, è stato lui a conoscere Angela nel 2006 e a convincermi che era la mia storia, il mio nuovo libro.

Cristina Zagaria, scrittrice e giornalista di RepubblicaSo che hai vissuto per qualche tempo in Calabria. Sei stata a Lamezia, Catanzaro e Vibo, hai ripercorso i luoghi dove la vicenda ha avuto luogo. Hai incontrato Angela Donato, madre coraggio, il questore e lo staff che ha seguito le indagini. Puoi parlarci di questa esperienza?
Sì, assolutamente. Per romanzi come i miei ci vuole una totale immersione. Ho bisogno di vivere nei luoghi e con quelli che poi diventano i personaggi dei miei romanzi. Sono stata in Calabria più volte. Ho passato intere giornate con Angela Donato e con gli uomini ( e le donne) della squadra Mobile di Catanzaro. Alfonzo, Sabrina, Francesco, il dottor Rattà e il dottor Mercurio, oltre al questore Panico, sono stati preziosissimi, per l’appoggio logistico, ma anche per entrare nella mentalità della ‘ndrangheta, per sintonizzarmi sul modo di ragionare e di vivere la quotidianità di questa mafia sconosciuta, silenziosa e pericolosissima.

Penso sia molto difficile dar corpo alla storia vissuta da un’altra persona. Soprattutto se si tratta di una vicenda di dolore e morte. Arduo ripercorrerne le tappe e cercare di rimanere il più possibile fedele alla realtà. A questo proposito ho letto in una tua intervista che persino le condizioni metereologiche descritte nel romanzo corrispondono a quanto realmente è successo in quei giorni e in quei luoghi. Come ti sei rapportata con queste difficoltà? Durante la stesura del romanzo sei rimasta in contatto continuo con Angela Donato?
Per me è difficile scrivere di sentimenti che non ho mai provato. Con Angela per esempio mi spaventava molto raccontare l’amore materno. Ma è stata proprio Angela a spiegarmi come fare: “Non sei madre, ma sei figlia, pensa se qualcuno ti avesse strappato i tuoi genitori, brutalmente, senza farti trovare i loro corpi, immagina gli incubi, immagina cosa avresti provato e capirai come mi sono sentita io, impotente, dilaniata, folle e fortissima, invincibile, perché non avevo più paura di niente, non avevo più nulla da perdere”. Per il resto, osservare la realtà, senza filtri, né preconcetti (neanche sul tempo) e raccontarla è il lavoro che faccio tutti i giorni, è l’unico modo di scrivere che conosco. Anche se nei romanzi c’è uno scatto in più rispetto al mio lavoro quotidiano al giornale. Sono diversi i tempi. In un giornale, vai, vedi, scrivi. Tutto nell’arco di massimo 12 ore. E ogni giorno si ripete lo stesso rito. Quando ho scritto l’Osso di Dio, invece, dopo aver raccolto il materiale (carte giudiziarie, frammenti investigativi, interviste, luoghi) sono sparita. Sono tornata a Bologna, dove vivevo nel 2007, e mi sono messa a scrivere. Ho scelto di stare da sola, io e i fantasmi dei miei personaggi fermati negli appunti. In genere sono velocissima nella fase di scrittura, un mese, un mese e mezzo massimo. E così, alla fine, nei miei romanzi non c’è solo la realtà, ma c’è anche molto di Cristina, frammenti d’anima, di vita, paure, sogni… In questa fase ho interrotto qualsiasi rapporto con Angela”.

Allacciandomi all’ultima domanda. Qual è stata la parte più critica della messa in opera de “L’osso di Dio?” La raccolta del materiale tra cui documenti processuali e testimonianze, il rivivere l’intera vicenda tramite i ricordi e il racconto di Angela o la stesura definitiva in cui hai dovuto riordinare il materiale e rendere la storia fruibile al lettore medio?
No, niente di tutto questo. Raccogliere il materiale mi diverte, è pura adrenalina e anche scrivere è liberatorio, è piacere, vita, emozione. La parte davvero difficile è stata quando sono tornata in Calabria e in un giorno e una notte, con brevi pause solo per mangiare (e tanti caffè), ho letto per la prima volta il romanzo ad Angela. E abbiamo riso e pianto e lei mi ha fatto rivedere tutte le foto di Santo, di Mara, della sua famiglia…ad ogni paragrafo c’era un ricordo, un profumo, un’immagine, un sapore. Ma due sono stati i momenti in cui è stata realmente dura: quando le ho letto gli ultimi pensieri di Santo e il passaggio su Mike, il cane di Santo, che capisce che il suo padrone è morto. I pensieri di Santo li ho ricostruiti (questo è l’unico passaggio di fantasia pura), la storia di Mike, invece, è vera e me l’aveva raccontata proprio Angela, ma entrambi i momenti sono stati intimi e assoluti, nella prima lettura tra noi due.

Pensi che dopo questa vicenda, la caparbia ribellione di Angela e la conseguente esposizione mediatica che ne è seguita qualcosa sia cambiato in quelle zone?
Ogni piccola ribellione è un passo avanti. Non so se davvero qualcosa è cambiato, ma certamente Angela ha segnato una svolta. Ormai è un simbolo, anche per le altre donne, nel bene e nel male.

Angela dice: “I conti con il passato bisogna chiuderli, non cercare di dimenticarli come se non esistessero più” e ancora: “Il destino non perdona: suo figlio sta rivivendo la sua stessa vita”. Puoi commentarci queste dure affermazioni?
Angela è una donna d’azione e una donna che non aspetta, ma fa. Il destino sembra perseguitarla, lei fuggita di casa e diventata la donna di due giovani boss, decide di cambiar vita, di mangiare “pane onesto”, si sposa. Ma suo figlio commette i suoi stessi errori, con una differenza, però: “lui è un uomo e non gli si perdona niente”. Angela è annientata dal destino, ma si ribella, chiude i conti con il passato per cercare di salvare il suo futuro, suo figlio Santo.

Lavori come giornalista presso il quotidiano “La Repubblica” di Napoli. Cosa significa per te fare questo mestiere oggi?
Raccontare la realtà. Sembra facile, ma non lo è. E non penso solo alla realtà dei grandi scandali, delle maxi inchieste, ma anche alle piccole cose… dando voce a chi non ce l’ha, senza mai cercare verità, né tanto meno crearle, ma semplicemente vivendole e riportandole con onestà e pudore sul mio giornale.

“Anche le donne possono sfidare e vincere le mafie. Anzi, soprattutto le donne”. Condividi questa affermazione di Don Luigi Ciotti nella postfazione de “L’osso di Dio”.
Sì. Totalmente. Credo nella forza delle donne… nelle catene di donne, nelle marce delle donne… nelle sfide di noi donne.

A proposito di donne forti. Anche in “Miserere”, vita e morte di Armida Miserere servitrice di stato, affronti la tematica di una donna impavida, moderna eroina che combatte una battaglia solitaria per cercare gli assassini del suo grande amore. Una donna che a soli 28 anni ha scelto di entrare in carcere, come vicedirettrice, per coltivare un sogno di giustizia. Credi nel potere della scrittura? Può diventare un mezzo per raccontare quanto eroismo può esserci nella vita di una persona normale?
Un eroismo fatto di fragilità. Se la scrittura riesce a essere forte e fragile, proprio come le mie donne, come Armida e come Angela, per me è potente, è eroica.

Vuoi parlarci del tuoi progetti futuri?
La scrittura è potere, ma si deve anche evolvere, si deve confrontare con nuovi modelli e superare nuovi limiti. Il mio progetto è sperimentare una scrittura che parte sempre dalla realtà, proprio come in Miserere e nell’Osso, ma usando la cronaca solo come scintilla… e poi costruendo il romanzo con personaggi completamente inventati, un mix tra fiction e realtà, usando la forza della realtà e la passione della poesia. È una scommessa, perché gli editori preferiscono generi standard, giallo, romanzo-verità, noir…. Ecco forse l’unica etichetta che potrebbe adattarsi a quello che sto scrivendo è Noir, se si intende con noir, un romanzo che mette a nudo la società e l’animo umano, un noir ambientato a Napoli, città dove vivo da due anni e che mi ha rapito. Il prossimo romanzo uscirà a settembre….ma è una sorpresa… voglio aspettare ancora prima di parlarne … Un po’ di attesa…. anche se l’uscita del romanzo la racconterò passo passo sul mio blog, Voltapagina (http://www.cristinazagaria.com), perciò…. sarà un’attesa breve e aperta a domande, curiosità….critiche.

Per saperne di più: http://www.cristinazagaria.it

Intervista pubblicata sul Magazine Sickgirl.

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