Nebbie e delitti: intervista a Valerio Varesi

Luca Barbareschi e Natasha StefanenkoÈ un grande onore avere ospite oggi Valerio Varesi, giornalista nella redazione bolognese di Repubblica e scrittore, creatore del personaggio del commissario Soneri, protagonista di una fortunata serie di romanzi da cui è stata tratta la serie televisiva “Nebbie e delitti” trasmessa da Rai Due con protagonisti Luca Barbareschi e Natasha Stefanenko, e che riprenderà con nuovi episodi l’autunno prossimo. Il romanzo più recente che ha per protagonista Soneri è “La casa del comandante” edito da Frassinelli. Per la collana Verdenero di Edizioni Ambiente ha recentemente pubblicato “Il paese di Saimir”, un romanzo duro sul tema dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina in Italia. Conosciamo meglio questo straordinario autore tramite l’ormai usuale sick-intervista!

Ciao Valerio, benvenuto sul Magazine di Sick girl. Per prima cosa ti chiederei di presentarti: chi è Valerio Varesi?
Se conoscessi bene me stesso potrei darti una risposta più precisa. Quello che appare di me è che sono un giornalista che lavora a Repubblica e uno scrittore di romanzi. Molti di questi sono anche dei gialli con protagonista un commissario che si chiama Soneri e che è entrato nell’immaginario collettivo per via di due serie televisive dal titolo “Nebbie e delitti”.

Il paese di SaimirNei tuoi romanzi traspare uno sforzo di raccontare la realtà che ci circonda. In effetti risultano dolorosamente veri. Pensi che un buon romanzo possa essere un modo interessante per tratteggiare la società in cui viviamo?
Non c’è dubbio che il romanzo sia un modo per raccontare la realtà. Lo è sempre stato. Anzi, la letteratura è la vera rappresentazione del reale. In questo ultimo periodo, il giallo, il noir e quello che un tempo veniva definito un po’ sprezzantemente “il genere”, sono diventati i mezzi di rappresentazione del mondo che ci circonda per antonomasia. Oggi il giallo è “romanzo sociale” riappropriandosi di una tradizione che si è interrotta negli anni ’70 con il trascolorare dei grandi movimenti di rinnovamento della realtà e l’avvento del nefasto liberismo economico che, tra le tante cose negative, ha come sua prerogativa quella di mettere la cultura all’ultimo posto in quanto non generatrice di ricchezza monetaria.

Il commissario Soneri, introverso e buongustaio, amante dei sigari toscani, protagonista dal 1998 di vari tuoi romanzi, è approdato poi alla serie televisiva “Nebbie e delitti” in onda su Rai Due. Com’è nato il personaggio e come si è trasformato negli anni?
Il personaggio nasce quando mi è venuto in mente di raccontare una vicenda, da me seguita come giornalista, divenuta una dei misteri d’Italia. Dovendo raccontarla in un libro ho pensato che lo schema narrativo più consono fosse proprio il giallo. Così ho inventato Soneri quale investigatore. Nel tempo quest’ultimo si è evoluto, nel senso che ho raccontato sempre più di lui indagando sul rapporto con la moglie morta, con il padre e con la sua compagna Angela. Il personaggio, quindi, è in itinere, non statico come altri protagonisti illustri del giallo.

A proposito della serie televisiva: sei soddisfatto della trasposizione a schermo delle tue opere? Ti capita mai di scrivere di Soneri immaginando il volto di Luca Barbareschi?
Sono contento di quello che è apparso sullo schermo per due motivi. Il primo è che Luca Barbareschi ha interpretato in modo filologico Soneri senza modificare nemmeno un tratto del personaggio e riscuotendo grandi lodi da tutti i critici televisivi. Il secondo è che le atmosfere padane con nebbia e pioggia sono state mantenute quasi intatte nello sceneggiato, il che non
era scontato perché il pubblico ama più le atmosfere solari di quello buie e caliginose. Però non ho mai scritto pensando alla tv né al volto di Barbareschi. Se dovessi scrivere con questo intento penso che farei cose non all’altezza.

Valerio VaresiScrittori come Macchiavelli, conosciuto per il suo sergente Sarti Antonio, o Camilleri con il suo commissario Montalbano, protagonisti di fortunate serie, hanno invano tentato di uccidere i loro personaggi. Hai mai sentito questa necessità? Cosa si prova quando il proprio personaggio di cellulosa diventa più famoso del suo stesso ideatore?
No, non ho mai voluto uccidere Barbareschi-Soneri. Ho idee differenti dalle sue, ma mi è simpatico e io sono comunque riconoscente a lui, a Susanna Bolchi e Aureliano Lalli Persiani della casa di produzione Casanova, per aver scelto il mio personaggio da mandare in tv. E’ evidente che quando
una tua creatura prende la via della televisione entra nelle case di milioni di persone attraverso un mezzo che ancora ha un fascino di un’autorità per cui si crea uno squilibrio tra chi conosce Soneri sul piccolo schermo e chi sa da dove viene e da chi è stato inventato. Tutti conoscono il Soneri
televisivo, ma pochi sanno che io ne sono il papà. Ovvio che una certa frustrazione si crei. Ma è anche uno stimolo a sondare quel grande pubblico di telespettatori affinché passino dalla visione alla lettura.

Trovo che i tuoi romanzi siano in primo luogo d’atmosfera. Avvolgente e complice il paesaggio sembra protagonista delle vicende e a volte pare partecipare allo stato d’animo dei protagonisti. In questo modo la nebbia acquista consistenza, avvolge e trasforma ogni cosa e così la città di Parma, l’ambiente appenninico in “Le ombre di Montelupo” e il Po ne “Il fiume delle nebbie”. Cosa ne pensi?
Il paesaggio è indubbiamente uno dei protagonisti dei miei libri. Forse uno dei principali. Mi piace descrivere il paesaggio perché io parto sempre dalle cose e dalla loro fisicità come presenza nel mondo. Spesso il paesaggio è anche una sorta di correlato oggettivo dello stato d’animo del protagonista. La nebbia, per esempio, è la rappresentazione dell’incertezza esistenziale del protagonista e anche il mistero che Soneri si trova costantemente di fronte quando incontra un morto e ne deve ricostruire la vicenda non sapendo niente di ciò che è successo.

In vari tuoi romanzi traspare un lavoro di scavo della memoria. Soneri lavora su se stesso, cerca di ricordare quali sono le sue origini e i suoi valori e di non disperderli nella frenesia di questa società. Un contrasto con un’epoca che tende a dimenticare il passato e i suoi errori?
Come dicevo all’inizio di me stesso, anche Soneri è fedele al precetto socratico del ‘conosci te stesso’. Cerca di indagare su di sé per capire meglio dove andare. Mette in discussione tutto con metodo cartesiano e si aggrappa a quello che gli resta. I valori, la memoria, tutto ciò che a suo
giudizio deve far da corredo alla vita di ciascuno. Tuttavia, gli tocca vivere in un’epoca di amnesie e di rimozioni collettive dove l’unico valore è quello di scambio e dove le idee sono neglette, secondarie rispetto all’economia.

I tuoi scritti sono accumunati da un forte uso dei dialoghi, peraltro costruiti magistralmente. La struttura del montaggio a sequenza li rende molto cinematografici. Da dove deriva questa scelta? Forse pensavi già a una possibile trasposizione?
No, non ci pensavo proprio. Costruisco i romanzi per sequenze e non so se questo deriva dalle influenze cinematografiche che riemergono oppure perché io vedo lo sviluppo dei miei romanzi secondo questa cadenza. Quanto ai dialoghi, ci lavoro molto perché è necessario costruire qualcosa che si avvicini il più possibile all’immediatezza del parlato ed esprima con il minore numero di parole possibile, la maggiore ampiezza di significato. Inoltre è attraverso il dialogo che emerge la differente visione della realtà e si compone il mosaico di un reale magmatico e poliedrico, per certi versi indominabile.

Ti chiederei di introdurci le atmosfere del tuo ultimo romanzo “I paese di Saimir” per i tipi di Verdenero. Quanto ha influito la tua esperienza come giornalista?
Ha influito molto, ma è successo anche per gli altri libri. E’ tutto ciò che vedo passare da un punto d’osservazione della realtà come il giornale che entra nella mia memoria e riemerge per certi versi trasfigurato. Le premesse del ‘Paese di Saimir’ sono in tante tristi vicende di lavoro nero e
sfruttamento, oltre che di imprenditoria criminosa, che passano sulle pagine dei giornali. Saimir, giovane albanese minorenne che lavora in nero in un cantiere rimettendoci la pelle, è uno dei tanti operai invisibili che popolano il nostro Paese. Ho cercato di non essere retorico ponendo il bene
dalla parte degli immigrati e il male dalla parte degli italiani. Tutti, indistintamente, approfittano della tragedia per salvaguardare il proprio tornaconto.

Puoi svelarci i tuoi progetti futuri?
Attualmente sto lavorando a una nuova avventura del commissario Soneri e a un racconto che dovrebbe confluire in un’antologia curata da Gian Franco Orsi per Piemme. In un futuro più lontano vorrei scrivere un romanzo forse noir o forse lontano dal ‘genere’ come ho già fatto con ‘Le imperfezioni’.

Per saperne di più: http://www.valeriovaresi.net
Valerio Varesi su Facebook

Intervista pubblicata sul Magazine di Sickgirl.

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