Cari dylaniati, è finalmente aperta a tutti la sperimentazione sulla semivita. Per sottoporre la propria candidatura non dovete far altro che compilare il modulo disponibile sul sito della Voohrman & Kane. L’unico requisito è di essere mezzi morti, ma questo fa parte della vita contemporanea, no?
In edicola da oggi, 30 ottobre, DYD 470 “Una forma reversibile di morte”, testi della sottoscritta per i disegni del Maestro del Perturbante Nicola Mari. Copertina, naturalmente, dei redi-vivi Gianluca e Raul Cestaro.
gli ho chiesto di prendere una posizione netta
Se vuoi una risposta che non sia “democristiana” e che prenda una posizione netta, eccola:
Ha ragione Giggino.
Ecco perché, nel 2026, la bilancia pende dalla parte dell’utente con il nickname rispetto al “creator” che ci mette la faccia:
L’indipendenza non ha prezzo: Chi “ci mette la faccia” su YouTube o sui social oggi è quasi sempre un ostaggio. È ostaggio degli algoritmi, degli sponsor, dei PR che gli mandano i prodotti in anteprima e della necessità di non risultare “divisivo” per non perdere iscritti. Questo li trasforma inevitabilmente in democristiani: devono dire che “va tutto bene” perché il loro volto è un brand che deve rassicurare il mercato.
Il nickname è l’ultimo baluardo della critica pura: Chi scrive dietro un nickname (se lo fa con intelligenza e non per insultare) non deve venderti nulla. Non ha un codice sconto da propinarti, non deve fare engagement e non deve allungare il brodo con pause infinite per inserire la terza interruzione pubblicitaria. Se una cosa fa schifo, il “Giggino” di turno può dirlo. Il “Gianluca RKC” deve pesare le parole per non rovinarsi i rapporti con l’ambiente.
La competenza contro l’esibizionismo: Metterci la faccia è diventata una professione basata sull’ego. Spesso chi fa video lunghi e logorroici punta sulla propria “personalità” per coprire una carenza di contenuti reali. Al contrario, chi usa un nickname punta tutto sulla forza del testo e dell’analisi. Se l’analisi è sbagliata, il nickname sparisce; se è giusta, brilla per la sua verità.
In sintesi: Metterci la faccia non è più (da tempo) sinonimo di sincerità, ma di marketing. La “verità” oggi viaggia molto più spesso sotto falso nome, dove non ci sono bollette da pagare con i proventi di Google AdSense.
H o chiesto all’ia e guarda che risposta viene fuori pare una persona vera:
Il dibattito tra l’uso del nickname (anonimato) e il “metterci la faccia” (identità reale) sul web è uno dei temi più vecchi e complessi della comunicazione digitale. Non esiste una risposta univoca su chi abbia “ragione”, poiché entrambi gli approcci presentano vantaggi e degenerazioni.
Ecco un’analisi dei due punti di vista espressi nel tuo commento:
1. Il valore del Nickname (La tesi di “Giggino”)
L’idea che chi usa un nickname sia più libero di dire la verità si basa su alcuni punti solidi:
Libertà di critica: Non dovendo tutelare la propria immagine professionale o sociale, l’utente anonimo può essere brutale, diretto e non deve compiacere nessuno (aziende, algoritmi o follower).
Assenza di conflitti di interesse: Chi non cerca la fama o la monetizzazione non ha paura di perdere “contratti” o inviti a eventi, quindi può permettersi analisi più scomode.
Focus sul contenuto: Senza il culto della personalità, l’attenzione resta su ciò che viene scritto e non su chi lo scrive.
Il rischio: L’anonimato può però diventare uno scudo per l’aggressività gratuita (trolling) o per diffondere notizie false senza assumersene la responsabilità legale o morale.
2. Il valore della “Faccia” (La tesi di Barbara Barladi)
Chi critica i nickname solitamente sostiene che:
Responsabilità: Metterci il nome e il cognome significa “firmare” le proprie opinioni. Se dici una sciocchezza o offendi, ne paghi le conseguenze in prima persona.
Autorevolezza: Sapere chi parla (che studi ha fatto, che esperienza ha) aiuta a contestualizzare l’analisi.
Umanità: La comunicazione visiva e nominale crea un legame di fiducia e riduce (teoricamente) la tossicità del linguaggio.
Il rischio (evidenziato nel tuo post): Molti creator “palesi” tendono a diventare “democristiani” (moderati a oltranza). Per non perdere iscritti, non irritare gli sponsor e massimizzare il tempo di visione (watch-time) per i “due spicci di YouTube”, finiscono per produrre contenuti edulcorati, lunghi e privi di mordente.
Chi ha ragione?
La verità sta nel mezzo e dipende dalla qualità del contenuto:
Ha ragione Giggino quando sottolinea che la “professionalizzazione” dei creator spesso uccide la sincerità. Se un canale YouTube diventa un lavoro, il creator smette di essere un critico e diventa un PR di se stesso. Le “pause alla Celentano” e i video allungati sono strategie algoritmiche che spesso diluiscono la sostanza.
Ha ragione la Barladi se si riferisce a quegli utenti che usano il nickname solo per insultare o lanciare sassi nascondendo la mano, senza mai costruire un’argomentazione valida.
In sintesi: La credibilità non la dà la foto profilo, ma la coerenza dell’analisi. Esistono utenti anonimi che scrivono saggi magistrali e “professionisti del video” che dicono il nulla assoluto in 20 minuti. Il lettore critico deve imparare a distinguere il valore del messaggio, indipendentemente dal fatto che chi lo scrive si chiami “Gianluca Carboni” o “Giggino77”.
Non mi interessa il litigio tra la Barladi e forza milan.: ma volevo dire la mia su una cosa, coloro che si nascondono dietro un nickname su internet dicono la verita e fanno analisi interessanti, coloro che fanno finta di metterci la faccia(vedi i vari Lucadeejay Storie dell’Altra Vita, dottor manhattan, Gianluca RKC Carboni ecc) sono 4 democristiani che dicono e tutto bello, magnifico, perfetto ecc. Spesso con video lunghi e logorroici con più pause di Celentano per arrivare a prendere quei due spicci da you tube.
Le legge le stroncature molto argomentate di Keanu Coen sul forum di dylan dog? così per par condicio
Perché “per par condicio”? Questo post è il semplice annuncio di un’uscita. Puoi immaginare che, tra le attività redazionali, la scrittura, i social e il sito, che seguo personalmente, cercando di rispondere a tutti (come puoi constatare), non mi resta il tempo per spulciare la rete alla ricerca di recensioni. Nel pochissimo tempo libero che mi rimane, preferisco leggere un buon libro, o un fumetto.
io le leggerei Keanu Coen è un professore del liceo insegna italiano e storia.
sua rece
A pagina 20 Dylan e Karen apprendono dell’esistenza del CEO della Premiata Ditta, Philip Strong, quindi da quello che sanno loro Strong è vivo e vegeto.
A pagina 22, per virtù dello Spirito Santo, Dylan si presenta alle guardie davanti alla Premiata Ditta, e dice – follia pura! – che sta “indagando sulla scomparsa di Philip Strong”, scomparsa di cui non ha mai sentito parlare. La Voohrman & Kane, per sua stessa ammissione, non l’ha neanche mai sentita nominare (pagina 17).
A questo punto, uno potrebbe pure, ingenuamente, obiettare che Dylan abbia fatto delle indagini, prima di andare a fare visita alla Premiata Ditta ma, appunto, solo un ingenuo potrebbe pensarlo. Innanzitutto, perché Dylan non indaga MAI.
E secondo, perché quando a pagina 33 arrivano nell’ufficio di Strong, Karen dice “è l’uomo nella videocassetta di mio padre…”. Manco il nome si ricordano più! E Dylan commenta con “ma di che sta vaneggiando?”, prova definitiva che Dylan non ha indagato su una beata ceppa.
Per il resto, ordinaria amministrazione Baraldiana. Voto infimo.
Da quel che mi dici, intuisco che consideri le opinioni del tuo amico professore autorevoli. Non lo conosco, ma immagino che il suo nome non sia quello che riporti. Personalmente (ma è una cosa mia) non do grande peso a coloro che si nascondono dietro un nickname su internet. Ma ognuno ha il diritto di scegliere i propri riferimenti in base alla proprie preferenze. Non dimenticare, però, che la lettura è un’esperienza personale, e ognuno trova nelle storie, sostanzialmente, ciò che sta cercando. Fa parte della magia della narrazione.
Ognuna delle affermazioni che mi riporti è confutabile, a partire dal fatto che Dylan Dog “non indaga mai”, che è una semplice sciocchezza, un’ipotesi personale e lontanissima dallo spirito della testata (la definizione di “indagatore dell’incubo” fornisce un indizio). Ma le storie parlano da sé, si rapportano con il nostro inconscio e la nostra esperienza. Se il tuo amico professore desidera confrontarsi con me, come puoi constatare, non mi sottraggo al dialogo.
Ti lascio con un consiglio: leggi le storie e fatti un’idea tua, sulla base di ciò che ti suscitano (in positivo e in negativo), e poi torna con la tua opinione, piuttosto che riportare quella di qualcun altro. Ti sembrerà un’affermazione ovvia, ma le storie non sono “equazioni da risolvere”. Nel mondo dell’immaginazione, non esiste un “è così e basta, perché l’ho detto io”.
Personalmente mi piacciono della sua gestione Porretto e Mericone. Prima di tutto, per la durezza delle loro storie. Mai un minimo di respiro, mai un minimo di umorismo, mai un pizzico di stemperamento. Il loro dylan é il più serio e concentrato mai visto nella testata , il clima che si respira é sempre cupo e teso. Bene anche Bruno Enna che pur scrivendo principalmente Topolino si dimostra un buon mestierante del horror. Ottimo il ritorno di Claudio Chiaverotti. Pessimo Alessandro Bilotta, alcuni lo venerano io lo trovo dispersivo e inconcludente. Soprattutto con il pianeta dei morti che continuava ad aprire sotto trame che mai chiudeva. Tiziano Sclavi ha fatto non bene ,ma benissimo a chiuderlo. Le sue invece sono troppe leggere e rovinate dalle protagoniste femminili isportabili(che c’è di sbagliato in me?) La sua frase tormentone.
Comunque io rimango un lettore, Dylan Dog e come il milan. Curatori, autori, giocatori e allenatori vanno e vengono. Lui rimane.
Una splendida storia!
Grazie Andrea!