Un estratto dal mio nuovo romanzo «Un sogno lungo un’estate»

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Il vecchio lampadario a cinque braccia irradia una luce livida sul tavolo da pranzo. Delle cinque lampadine presenti, solo due sono funzionanti. A malapena riesco a distinguere quello che galleggia nel mio piatto. Forse è meglio così. Il minestrone non mi è mai piaciuto. La verdura sta bene in mezzo al panino, insieme al ketchup e alla cotoletta. O, al massimo, vada per le patate fritte. Ma questa brodaglia tiepida in cui annegano grossi vegetali non rientra nelle mie preferenze gastronomiche. Sbuffo.

“Nei prossimi giorni pensavo di andare a trovare il vecchio Alceste” dice mio padre nel goffo tentativo di avviare una conversazione.

Isabella infila il cucchiaio tra le labbra e inghiotte con un leggero risucchio. Illuminato da questa luce, il suo volto è ancora più inquietante. Gli occhi sono cerchiati da un alone scuro e alcune ciocche di capelli fuoriescono dal concio come piccoli cespugli grigi. “Alceste è morto due anni fa. Un brutto male se l’è portato via”. Nel dirlo non cambia espressione. Soltanto, le rughe intorno alla bocca si fanno più solcate e la rendono simile a una delle streghe cattive delle fiabe di mamma.

“Mi spiace. Non ne sapevo nulla”.

“Non potevi saperlo, dato che ormai vivi in città. Al funerale ci saranno state cinque persone, compresa la sottoscritta”.

“Quando ero bambino, mi sembrava l’uomo più forte del mondo. A volte lo convincevo a prendermi sulle spalle e a portarmi fino al vecchio mulino. Le erbacce erano alte laggiù, e avevo paura che le vipere ci avessero fatto il nido. Stringevo con i pugni la sua camicia a quadrettoni e lo pregavo di non farmi scendere”.

“Coraggioso fin da piccolo, eh?” cantilena mia madre.

“Me lo ricordo. Eri ossessionato dal dipinto sul muro posteriore del mulino”. Isabella parla con voce roca.

“Noi ragazzini eravamo convinti che nel disegno fosse nascosta la mappa di un tesoro”.

“Non me ne hai mai parlato… Cosa raffigurava?” chiede mamma.

“Mi chiedo se esista ancora. In realtà non importa cosa raffigurasse, ma chi lo avesse dipinto. Bruno Legnani in persona! Lo chiamavano il Pirata dei cieli. Dicevano che fosse precipitato col suo biplano negli anni Trenta, e che avesse deciso di non lasciare più queste terre. Scappava da qualcosa. Tutti gli adulti ne erano sicuri. Custodiva un segreto, come può essere altrimenti?”

“Cosa vuoi dire?” Mamma è incuriosita. Approfitto della loro disattenzione Continue reading