Un estratto dal mio nuovo romanzo «Un sogno lungo un’estate»

[…]

2

Il vecchio lampadario a cinque braccia irradia una luce livida sul tavolo da pranzo. Delle cinque lampadine presenti, solo due sono funzionanti. A malapena riesco a distinguere quello che galleggia nel mio piatto. Forse è meglio così. Il minestrone non mi è mai piaciuto. La verdura sta bene in mezzo al panino, insieme al ketchup e alla cotoletta. O, al massimo, vada per le patate fritte. Ma questa brodaglia tiepida in cui annegano grossi vegetali non rientra nelle mie preferenze gastronomiche. Sbuffo.

“Nei prossimi giorni pensavo di andare a trovare il vecchio Alceste” dice mio padre nel goffo tentativo di avviare una conversazione.

Isabella infila il cucchiaio tra le labbra e inghiotte con un leggero risucchio. Illuminato da questa luce, il suo volto è ancora più inquietante. Gli occhi sono cerchiati da un alone scuro e alcune ciocche di capelli fuoriescono dal concio come piccoli cespugli grigi. “Alceste è morto due anni fa. Un brutto male se l’è portato via”. Nel dirlo non cambia espressione. Soltanto, le rughe intorno alla bocca si fanno più solcate e la rendono simile a una delle streghe cattive delle fiabe di mamma.

“Mi spiace. Non ne sapevo nulla”.

“Non potevi saperlo, dato che ormai vivi in città. Al funerale ci saranno state cinque persone, compresa la sottoscritta”.

“Quando ero bambino, mi sembrava l’uomo più forte del mondo. A volte lo convincevo a prendermi sulle spalle e a portarmi fino al vecchio mulino. Le erbacce erano alte laggiù, e avevo paura che le vipere ci avessero fatto il nido. Stringevo con i pugni la sua camicia a quadrettoni e lo pregavo di non farmi scendere”.

“Coraggioso fin da piccolo, eh?” cantilena mia madre.

“Me lo ricordo. Eri ossessionato dal dipinto sul muro posteriore del mulino”. Isabella parla con voce roca.

“Noi ragazzini eravamo convinti che nel disegno fosse nascosta la mappa di un tesoro”.

“Non me ne hai mai parlato… Cosa raffigurava?” chiede mamma.

“Mi chiedo se esista ancora. In realtà non importa cosa raffigurasse, ma chi lo avesse dipinto. Bruno Legnani in persona! Lo chiamavano il Pirata dei cieli. Dicevano che fosse precipitato col suo biplano negli anni Trenta, e che avesse deciso di non lasciare più queste terre. Scappava da qualcosa. Tutti gli adulti ne erano sicuri. Custodiva un segreto, come può essere altrimenti?”

“Cosa vuoi dire?” Mamma è incuriosita. Approfitto della loro disattenzione per estrarre dalla tasca il cellulare. Ho voglia di sentire Vero. Chissà se oggi è andata in Centrale. Se ha incontrato gli altri e… magari Nico ha chiesto di me!

“Cosa spingerebbe un uomo giovane e affascinante, uno che ha viaggiato per il mondo a bordo di un aeroplano, a rifugiarsi in un antico mulino dismesso, in una zona isolata dal mondo? L’unica risposta possibile è: per nascondere un tesoro. O almeno, è quello che pensavamo noi bambini”.

“Niente è più dannoso della fantasia di un bambino”. Isabella si sistema sulla sedia con uno scatto. Un cigolio legnoso ne accompagna il movimento. Poi ricomincia a mangiare lentamente.

Scrivo: “Allora? Li hai visti oggi? E non chiedermi chi… lo sai benissimo!” e schiaccio il tasto Invia messaggio.

“Matilde? Non starai armeggiando col telefono, vero? Per una volta che tuo padre ci rende partecipi di qualcosa che lo riguarda”. Il tono di mamma tradisce una sfumatura di malinconia.

“Certo che no!” cinguetto. “È molto interessante la faccenda del… ehm… dipinto”. Sono sempre stata brava a tenere acceso il terzo orecchio, quello che memorizza la parola chiave di qualsiasi discorso. Utilissimo coi genitori, ma soprattutto con la Caravita, la prof di Italiano, che sembra capire al volo quando ho la testa tra le nuvole.

Papà sorride. Isabella continua col risucchio a ogni cucchiaiata. Mamma tiene i gomiti sul tavolo e appoggia il mento sulle mani congiunte. È la sua posizione di quando è in ascolto. Quando lo fa con me, mi fa sentire importante. Prendo in mano il cucchiaio e tento l’avvicinamento con un pezzo di carota molliccio che galleggia nel mio piatto.

“C’era anche Anselmo, il primogenito di Alceste, quando ho visto per la prima volta il dipinto. Lui è più grande di me di un paio d’anni, e non aveva paura delle vipere. Mi precedeva tenendo in mano un bastone”.

Il cellulare vibra sulle gambe. Veronica mi ha già risposto! Mi inarco sullo schienale per riuscire a leggere il display. “Certo che sì. Mica potevo aspettare il tuo ritorno! E prova a dire…?” Non posso crederci. Vero vuol farsi pregare. Devo sapere cosa ha combinato, ma papà cerca i miei occhi.

“E poi, cosa è successo?” chiedo per distrarlo.

“Non so dire se proverei le stesse cose, a rivedere quel dipinto sul muro, oggi. Magari sarebbero soltanto scarabocchi di un uomo che di mestiere non faceva di certo il pittore. Ma quel giorno, le linee semplici, i colori, sospesi nella luce del tramonto, creavano l’impressione di un’attesa. C’era una stella al centro del disegno. A terra, un cervo morto. Un uomo, in piedi di fronte all’animale, ne teneva in mano il cuore. Sembrava piangere”.

“Brrr… che allegria” dico e intanto schiaccio veloce i tasti sul cellulare per comporre il messaggio: “Dimmi tutto o vengo a strozzarti. Qui noia mortale, mio padre sta persino rievocando la sua infanzia”.

“Alla vista del disegno, siamo scappati via. Per giorni non sono riuscito a dimenticare gli occhi del personaggio raffigurato”.

“E il tesoro?” chiede mamma.

“Eravamo convinti che il cuore del cervo fosse il tesoro, e che avremmo potuto trovarlo seguendo la stella”.

“Che sciocchezza” borbotta Isabella.

“Non proprio. Pensate che a quei tempi il mulino era chiamato ca’ Stella, da prima ancora che lo abitasse Legnani”.

“E perché, poi?”

“Non l’abbiamo mai saputo”.

Il cellulare mi richiama. Fa’ che Nico abbia chiesto di me! Di nuovo mi inarco sulla sedia, sollevandola sulle gambe posteriori. Prima di riuscire a mettere a fuoco le scritte sullo schermo, qualcosa di liscio e sinuoso striscia veloce schiaffeggiandomi un polpaccio.

Urlo: “Cos’era?!”

Mamma, Isabella e papà si voltano verso di me all’unisono. Mi dibatto sullo schienale, la sedia barcolla, poi si riassesta bruscamente con un tonfo sordo. Il cellulare mi scivola dalle mani. Cerco di riprenderlo con uno scatto, ma è inutile: finisce nel piatto, insieme alle verdure.

[…]

5

Senza telefonino non so nemmeno che ore sono. Non porto l’orologio, ma è la prima volta che ne sento la mancanza. Dal buio che c’è fuori potrebbe essere mezzanotte, come le due del mattino. Abbraccio il cuscino. Lo stringo, senza ricevere consolazione.

Ho iniziato a pensare a Veronica e a fantasticare su Nico e gli altri. Come farò ad aspettare fino a lunedì per riavere il mio cellulare? Stasera a cena ho chiesto a papà di prestarmi il suo. “Lasciami solo inviare un messaggio, ti prego!” ho supplicato.

“Non se ne parla. E ricordati che sei in punizione” ha risposto. Erano tutti strani, intorno alla tavola. Mamma non ha aperto bocca. Cercavo di incrociare i suoi occhi azzurri. Sembravano grigi come un lago d’inverno, come il cielo in autunno. Cercavo di capire i suoi pensieri. Lontani.

Anch’io vorrei essere lontana. Da Isabella e dai rumori che fa quando mangia. Se si rivolge a me, è solo per sfoggiare il suo tono scontroso. Penso non mi sopporti. E allora perché non lo dice chiaramente? Così ce ne andiamo via subito, e questa agonia finisce in tempo perché io possa partire con Veronica. La Sardegna… quelle sì che sarebbero vacanze. I suoi hanno un appartamento a Porto Torres che si affaccia sul mare. Vorrei vedere di persona se è turchese come nelle cartoline. Sempre che Vero non ce l’abbia con me, dopo che non le ho risposto per un giorno intero! Che situazione… E perché, poi, la notte è così lunga quando non riesci a dormire? E perché, se non riesci a dormire, i pensieri, invece di portarti lontano, ti incollano al letto?

C’è troppo silenzio, qui. D’estate, a Milano, quando fatico a addormentarmi, mi basta spalancare la finestra per accogliere il mondo fuori. Le auto che sfrecciano in direzione dei navigli, qualcuno che si dà la voce in fondo al viale. I litigi di due innamorati. Chissà se anch’io litigherò con il mio ragazzo, un giorno, sotto la finestra di qualcuno che non riesce a dormire. Magari con Nico. Gli direi che l’ho visto che si scambiava una lunga occhiata con Greta, quella bionda tutta boccoli che si siede sempre sul primo gradino vicino alla rampa. “Ma cosa dici? Non vedi che ho occhi solo per te?” risponderebbe lui. All’inizio non gli crederei. Allora lui cercherebbe di abbracciarmi. Mi vedo battere i pugni sul suo petto. Lui mi stringerebbe ancora più forte. E poi… sì, sarebbe quello il momento giusto per scambiarci il primo bacio.

Non ho mai baciato nessuno. Certo, qualche occasione c’è stata. Ma non ho il carattere di Veronica, lei sì che è una che si butta. Io ho bisogno che tutto sia perfetto. “A forza di aspettare il tipo giusto, il posto giusto e il momento giusto, ti ritroverai suora a vent’anni!” mi ha detto. Esagerata!

Uff… sono stanca. Vorrei dormire almeno un po’. Ma il silenzio è il più assordante dei rumori. Nasconde il respiro degli alberi, il soffio della polvere sulla strada che rilascia il calore assorbito durante il giorno, e i sogni di tutti gli animali e gli insetti rifugiati negli anfratti. Mi sembra che non ci siano altri esseri umani oltre a noi, qui intorno. O forse ci sono, ma si nascondono come le lucertole tra le screpolature dei muri, quando mi avvicino. E perché, poi? In città la vita passa sotto gli occhi di tutti.

Una sequenza di grida acute, fuori, mi scuote dai miei pensieri. Sembra lo strillo di una donna, ma fa più paura. Afferro il lenzuolo e mi copro fino al naso, anche se fa caldo. Il respiro si fa affannoso. Grida ancora. La stanza è così buia che sembra fatta di ombre. Ho deciso: odio la campagna.

Vorrei alzarmi da letto, spalancare la finestra e guardare fuori. Cercare le stelle. Forse mi calmerei un po’. Ma il pavimento è un mare oscuro che ho paura ad attraversare. Ancora quelle grida. Più vicine. Questa volta sembrano una tetra risata.

A Milano non ho bisogno di trovare le stelle. Ci sono i lampioni, i fari delle auto e le insegne delle vetrine a illuminare tutto. E la notte non ho mai paura.

 

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3 thoughts on “Un estratto dal mio nuovo romanzo «Un sogno lungo un’estate»

  1. Mi chiamo Matilde, proprio come quel libro .. Ho 12 anni è quel libro.. Trovato due giorni fa passando in biblioteca subito dal titolo mi ero innamorata.
    Appena arrivata a casa ho incominciato a divorarmelo! L’ho letto in 3 giorni!! Complimenti adesso continuerò a leggere vostri libri Barbara 😀 Complimenti bellissimo libro ( L’ho gia prestato a qualche mia amica 😉 😉 )

    • Ciao Matilde, piacere di conoscerti! Gran bel nome 🙂 Sono davvero felice che il libro ti sia piaciuto e grazie anche per il passaparola. Spero ti piacciano anche i libri della serie di Scarlett, naturalmente io sono qua per qualsiasi commento. Mi trovi anche su facebook, se ti va di diventare amiche http://www.facebook.com/barbarabaraldi un abbraccio fortissimo!

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